Tutti noi bolognesi di nascita o d'adozione conosciamo ( o dovremmo conoscere!) Padre Gabriele. E' l'erede spirituale a materiale del grande Padre Marella, angelo dei poveri e dei diseredati. Gabriele lo potete salutare il sabato mentre raccoglie le offerte, seduto su una sedia all' angolo davanti a Tamburini, in via degli Orefici. Stamattina mi sono fermato dal mio amico Gabriele. Sotto la canicola stava seduto,come sempre, col solo sorriso. Un sorriso che si e' aperto quando mi ha detto che la chemioterapia gli sta provocando "solo" qualche malessere. Non sufficiente, ho pensato io, per togliergli il sorriso e la sua sedia del sabato. Passate a trovare questo Angelo che il Signore ci sta regalando! Parlateci, fermatevi per il tempo di un sorriso. E tornando a casa,egoisticamente, chiedete al Signore di lasciarcelo ancora. I tanti poveri e diseredati di Bologna hanno bisogno di lui. Qui. In terra.
sabato 23 giugno 2012
Il mio amico Padre Gabriele Digani.
Tutti noi bolognesi di nascita o d'adozione conosciamo ( o dovremmo conoscere!) Padre Gabriele. E' l'erede spirituale a materiale del grande Padre Marella, angelo dei poveri e dei diseredati. Gabriele lo potete salutare il sabato mentre raccoglie le offerte, seduto su una sedia all' angolo davanti a Tamburini, in via degli Orefici. Stamattina mi sono fermato dal mio amico Gabriele. Sotto la canicola stava seduto,come sempre, col solo sorriso. Un sorriso che si e' aperto quando mi ha detto che la chemioterapia gli sta provocando "solo" qualche malessere. Non sufficiente, ho pensato io, per togliergli il sorriso e la sua sedia del sabato. Passate a trovare questo Angelo che il Signore ci sta regalando! Parlateci, fermatevi per il tempo di un sorriso. E tornando a casa,egoisticamente, chiedete al Signore di lasciarcelo ancora. I tanti poveri e diseredati di Bologna hanno bisogno di lui. Qui. In terra.
giovedì 31 maggio 2012
Di Brindisi e della Colonna Infame.
Chissà quanti di noi,avvocati penalisti,hanno
visto scoccare la freccia dell’innamoramento per la Toga con la lettura della manzoniana
“Storia della Colonna Infame”? Io di sicuro.
Vi si narra di come una testimonianza
falsa possa portare,accompagnata dall’uso della tortura, alla condanna dell’innocente;
degli innocenti. In quella terribile storia erano appunto due: Guglielmo Piazza
e Giangiacomo Mora. Anno “di grazia” 1630. Chi li condannò ritenne equo anche iscriverne
il ricordo in una colonna di cemento. A memoria del loro “delitto”.
Da quel tempo tante altre
condanne di infelici si sono susseguite, si susseguiranno, perché se la
giustizia umana è un fatto di uomini, è evidente che essa non possa sottrarsi
al condizionamento soggettivo che in essa vi apportiamo direttamente o
indirettamente,tutti quanti.
Ma tralasciando il richiamo letterario
veniamo al punto:
A Brindisi per i noti terribili
di fatti di qualche settimana fa, gli inquirenti ritengono di dover approfondire
la posizione di un elettrotecnico che, curiosamente come l’uomo che appare
immortalato in un video girato da una telecamera di sorveglianza, ostenta una debilitazione
fisica alla mano, tanto da tenerla costantemente in tasca.
Vive nei pressi del “locus
commissi delicti” e ciò è sufficiente per iniziare a scandagliare la sua
posizione.
Si dirà: per così poco? Può
essere obiettivamente poco, può essere però un input da approfondire. Gli
inquirenti questo devono fare.
E’ evidente,però, che la dimensione dell’indiziarietà del caso concreto mal si conciliava con le procedure seguite.
E’ evidente,però, che la dimensione dell’indiziarietà del caso concreto mal si conciliava con le procedure seguite.
A seguito dell’accompagnamento in
questura dell’uomo qualcuno,dal di dentro, ne faceva filtrare nome e cognome. A quel punto per i tanti giornalisti
era sicuramente un gioco da ragazzi pervenire ad una più compiuta
identificazione. Ed in effetti ciò è avvenuto in un breve volger di minuti.
Il resto è storia che tutti
conosciamo. Un giornalista, mediaticamente famoso, attraverso un social network
(Twitter) scrive nome e cognome dell’uomo e addirittura si reca a fotografare
la casa in cui abita e la rende pubblica attraverso un cinguettio”
(tweet,appunto) .
Questo giornalista ha fatto
informazione o ha creato le condizioni per la distruzione di una vita?
Alcuni potrebbero dire: il
giornalista deve pubblicare quanto apprende! Il problema sta a monte: gli
inquirenti non dovevano operare la “soffiata”.
Per evitare che il ragionamento diventi il classico “gatto
che si morde la coda” precisiamo:
Gli inquirenti non dovevano “soffiare”
nulla. Non è nelle loro facoltà, la legge non solo non lo permette ma lo vieta.
In quella fase del tutto preliminare ancora di più.
Il giornalista avrebbe dovuto
sentore il dovere morale di non fare il nome dell’accompagnato (l’accompagnamento
in caserma è situazione talmente generica che può essere compatibile anche con
l’esigenza di ascoltare a caldo una persona “semplicemente” informata sui
fatti, o che lo possa essere. E questo il giornalista non doveva ignorarlo. Va
da se che mettersi addirittura a fotografare il portone di casa di quella persona che in quei momenti staziona all’interno
della Questura è un atto grave. Anzi, irresponsabile! Pare che l’innocente di Brindisi abbia rischiato il linciaggio fisico.
Di sicuro ha subito quello morale. Sono danni permanenti che segnano una vita.
Danni non quantificabili. Danni che,purtroppo, anche stavolta nessuno risarcirà.
Danni come quella triste Colonna Infame
che, compiaciuta, segnalava che “giustizia era stata fatta”. Quando era invece
solo la prova, scritta sul cemento, dell’ennesimo errore giudiziario.
(Francesco Antonio Maisano,Bologna)
venerdì 25 maggio 2012
Il braccialetto elettronico della Severino
Tra i primi interventi della neo
ministra molti di noi ricordano il vero e proprio atto di fede nel “braccialetto
elettronico”. E di atto di fede assoluta bisogna parlare, visto che si tratta
di uno degli utensili meno conosciuti in assoluto da addetti ai lavori e non.
Immagino che il ricorso della
Ministra al congegno fosse volto a sottolineare un aspetto meno prosaico e più
sostanziale: l’esigenza di decarcerizzare, per quanto possibile, in ossequio al
principio costituzionale di cui al-
l’ art. 27 e, nell’immediato, come rimedio al sovraffollamento inframurario
ormai insostenibile.
Diciamo subito che se vi era una
petizione di principio nell’intervento della Ministra questo era (ed è!)
nobile, opportuno ed anzi assolutamente indifferibile.
Eppure la Ministra,con un
semplice ricorso al database ministeriale, avrebbe potuto (e può!) constatare
come a fronte del suo condivisibile zelo programmatico esistano soluzioni concrete a portata di mano. Prendiamo
ad esempio i condannati a pena definitiva non superiore (anche quale residuo) ai tre anni che si trovino in regime
di arresti domiciliari per reati di c.d. “seconda fascia” (art. 4 bis O.P) al
momento dell’esecuzione.
Il c.d. “passaggio obbligatorio
in carcere” al fine di chiedere,in vinculis, al Tribunale di Sorveglianza la
concessione di uno dei benefici alternativi al carcere costituisce ,al momento,
una delle maggiori ricadute numeriche del reingresso in carcere.
Ragionando proprio sulla
casistica dei c.d. reati di “seconda
fascia” sappiamo che i benefici penitenziari sono fruibili “purchè non vi siano
elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità
organizzata,terroristica o eversiva”. Quindi nessuna prevenzione in negativo invincibile
ed assoluta. Ma solo condizionata all’esito dell’accertamento.
Ebbene, non si comprende allora
per quale motivo tale accertamento non possa effettuarsi, direttamente, durante
il periodo di permanenza agli arresti domiciliari del ristretto che in tale regime si trovi, in attesa della
definitività.
Basterebbe utilizzare lo stesso
periodo temporale per l’acquisizione di documentazione attestante la cessazione
di ogni pericolo di attualità di collegamenti delinquenziali che sarebbero
portati alla conoscenza del Magistrato di Sorveglianza (con garanzia del
contraddittorio) nei trenta giorni di sospensione dell’emissione dell’ordine di
esecuzione da parte del PM.
Una semplice operazione di addenda
legislativa nel corpo del comma 9 lett.a dell’art. 656 C.p.p. renderebbe
possibile evitare il “passaggio in carcere” per un soggetto ormai già avviato alla
risocializzazione (si pensi al caso dei domiciliari “allargati” nei quali l’interessato
svolge proficuamente e con diligenza un’ attività lavorativa) e che ha completamente
interrotto, in modo incontrovertibile, ogni collegamento con la criminalità. Con buona pace dell’art. 27 della Costituzione
che vedrebbe così non oltraggiato il principio di rieducazione della pena.
Se la Signora Ministra ,abbandonando
il terreno della tecnologia, cercasse un
rimedio all’interno del Codice forse si potrebbe fare un buon lavoro. Sicuramente
un …lavoro di Civiltà Giuridica.
martedì 22 maggio 2012
Ricordo di Giovanni Falcone.
Ho conosciuto Giovanni Falcone. Ero un giovane procuratore legale e sostituivo il mio maestro in un interrogatorio. Ricordo la sua gentilezza nel farmi sentire a mio agio. Torturava una bella penna stilografica d'argento mentre aspettava le risposte alle sue domande. Poi verbalizzava a mano,personalmente, e alla fine rileggeva quanto scritto chiedendo: " E' così ,vero?" Il ricordo che ho e' di una grande professionalità; conosceva perfettamente i temi dell interrogatorio tanto che non si servi' mai del fascicolo. Lo conosceva a memoria. La grande personalità veniva fuori assieme ad una apprezzabile concretezza. Mi fece poi gli auguri per la mia carriera che era appena inziata. Dopo l'interrogatorio ,durato alcune ore ,un elicottero dell'arma lo riporto' via. E non ebbi più il piacere di incontrarlo ancora. (Francesco A. Maisano)
mercoledì 16 maggio 2012
Grazie Pisapia!!
Gaspare Tumminello, 54 anni, vive per strada a Milano. Ho letto la sua storia su un quotidiano. Aveva perso la casa ed il lavoro e da qualche mese un cancro lo ha colpito. Di mattina fa la chemio ma di sera dorme (dormiva!) in un'auto per strada.
Ho contattato il Sindaco Pisapia attraverso un social network e la sua risposta non si è fatta aspettare.
Lo ringrazio pubblicamente. Da oggi,Gaspare, non dorme più per strada e il Comune si è preso cura di questo nostro fratello sfortunato.
Ringraziamo Dio, e gli uomini!
Ho contattato il Sindaco Pisapia attraverso un social network e la sua risposta non si è fatta aspettare.
Lo ringrazio pubblicamente. Da oggi,Gaspare, non dorme più per strada e il Comune si è preso cura di questo nostro fratello sfortunato.
Ringraziamo Dio, e gli uomini!
venerdì 11 maggio 2012
Doveva morire!
Doveva Morire! (fam)
Uno dei terreni (o per meglio
dire,territori..) sui quali lo scontro tra le diverse culture si è sempre
scatenato è quello della responsabilità della condanna a morte di Gesù di
Nazareth.
Chi ebbe la responsabilità di
quella condanna?
Chi ne fu l’artefice?
A chi,insomma,ascrivere il “peso”
di una sentenza finale che gran parte del mondo percepisce come ingiusta?
Evidentemente non esiste una
risposta univoca, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli stessi
Evangelisti “sfumano” i loro bersagli diversificando il giudizio di
responsabilità.
Matteo, giudeo che scriveva (in
aramaico) per i giudei, non esita a responsabilizzare, in modo diretto e forte,
non solo il Sinedrio ma tutto il popolo ebraico, reo di aver chiesto che il
sangue del Cristo cadesse addirittura sulle generazioni a venire; Giovanni offre una “rilettura” di Pilato in
chiave quasi assolutoria. E’ Giovanni che ci tramanda la famosa risposta che
Gesù diede a Pilato negli ultimi momenti nei quali i due stettero faccia a
faccia: “…chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”(Gv19,11).
E’ sicuramente materia da
maneggiare con grande prudenza. Senza mai dimenticare che un’interpretazione
distorta è stata presa a pretesto addirittura per la persecuzione di un intero
popolo. Ma è un terreno sul quale le omissioni potrebbero essere esse stesse
colpa.
Il sistema giudiziario giudaico
nel 33/36 d.C. non prevedeva l’esecuzione della pena capitale. O,per meglio
dire, il potere di infliggere la pena di morte era riservato alla sola autorità
romana,quale forza occupante.
Conosciamo storicamente l’uso
della lapidazione, ma a quei tempi era piuttosto una reazione immediata della
gente in caso di flagranza di “delitti religiosi” quali la bestemmia e l’adulterio.
Gesù doveva essere in primis
processato, attesa la mancata flagranza,
e l’eventuale condanna capitale non poteva che essere deliberata ed eseguita
dall’autorità romana. Su questo nessun dubbio è consentito.
Premettiamo,allora, che la
richiesta di condanna a morte giunse sicuramente dai presenti (la folla..) che
fronteggiava Pilato nel pretorio.
E’ la folla che chiederà il rilascio di Barabba e griderà con forza “Cucifige!”.
E’ la folla che chiederà il rilascio di Barabba e griderà con forza “Cucifige!”.
Certo non tutta Gerusalemme ma coloro
che accolsero il prevedibile invito di Caifa e degli altri notabili del
Sinedrio (la claque,diremmo oggi). Diversamente non si capirebbe come tutta una
città che, appena una settimana prima, aveva Osannato Gesù (“Osanna,Figlio di Davide!”)che
percorreva le strade a dorso di Mulo gii si fosse rivoltata contro volendolo
morto.
Fatta questa necessaria puntualizzazione
occorrerà chiedersi se il Governatore romano, Ponzio Pilato, avrebbe potuto
salvare la vita dell’ imputato eccellente.
In teoria sì, In pratica no!
A seguire i Vangeli, Pilato tentò
sicuramente di “allungare il brodo” (come diremmo oggi).
Temporeggiò,trattò,lusingò (l’invio del prigioniero da Erode Antipa costituì
sicuramente un tentativo di aggirare la caparbia del Sinedrio). Ma il punto di
non ritorno fu costituito dalla frase che la folla gli urlò contro:
“Se liberi costui non sei amico
di Cesare!” (Gv,19,12).
Immaginiamo la situazione:
L’autorità territoriale di
Giudea, il Governatore Ponzio Pilato, messo lì dall’impertaore Tiberio
(Cesare,appunto) viene accusato dalla folla di Alto Tradimento se si ostinerà
ancora a voler difendere un bestemmiatore sconosciuto.
Davanti a tali argomenti nulla
avrebbe potuto fare Pilato. Nulla di diverso da quello che fece.
Ma Gesù avrebbe potuto veramente
salvarsi?
Crediamo che la risposta corretta
a tale domanda debba essere negativa.
Gesù avrebbe potuto salvarsi solo
a condizione che “il calice gli fosse passato davanti” senza essere bevuto. Ma
quel-
l’ amaro calice da bere era il
prezzo per il riscatto dell’intera umanità e andava bevuto.
L’obbedienza di Gesù alla volontà
del Padre era il cardine ineludibile; i comportamenti degli uomini furono sicuramente importanti eppure ,al contempo, consequenziali
segmenti di un piano che trascendeva il loro potere.
Gesù doveva morire!
Ma gli uomini nulla opposero con
il loro libero arbitrio.
giovedì 10 maggio 2012
Nelle tue Mani. Un giallo d'Autore??
Per tutte le mie amiche ed amici che hanno un IPAD esce oggi il mio romanzo giallo "Nelle tue Mani". Scaricare l'applicazione gratuita KEITAI BOOKSTORE sull' App Store e poi ,se volete, potete acquistare l'Ebook a soli 2,99€. La mia parte di diritti d'autore è interamente devoluta alla Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime creata da Natuzza Evolo. Grazie e...buona lettura!!
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